Io e i miei cani dannati

L’industria delle corse tratta i levrieri come macchine: sopprime i deboli e sfrutta i veloci fino a sfinirli. Ho deciso di combattere questa realtà salvando e facendo adottare più animali possibile. Anche correndo qualche rischio

Storia vera di Alessandra Roma – Raccolta da Mathilde Bonetti

È iniziato tutto da una banalissima notizia alla tivù che ricordo come se fosse ieri. Ero in cucina e, durante un servizio al telegiornale, sento dire che il cinodromo di Roma sta chiudendo definitivamente.
Io, amante degli animali, da sempre sensibile al tema dei cani da corsa, mi sono ritrovata a chiedermi con un peso nel cuore che fine avrebbero fatto i levrieri della struttura romana. Non c’era un reale motivo per cui la notizia mi avesse colpito tanto, se non il fatto che come razza mi piacevano i levrieri: sono quelle cose che capitano nella vita senza un vero perché. Forse è solo una crescita interiore o semplicemente il modo in cui si sviluppa la propria empatia personale. Per fortuna, ho scoperto che qualcuno si sarebbe preso cura di quei cani: un’associazione, già attiva nella salvaguardia dei levrieri impiegati nelle corse in Irlanda, si sarebbe impegnata a trovare una casa al maggior numero possibile di loro.
La scoperta di quest’associazione mi sembra un segno del destino. Sento che è venuto il momento di attivarmi in prima persone e comincio a fare la volontaria presso l’associazione stessa, finché poi, dopo qualche tempo, fondo con altri del giro una mia associazione, sempre dedicata al recupero dei levrieri sfruttati per le corse in Irlanda e per la caccia a vista in Spagna.
I dati sono agghiaccianti: secondo l’associazione irlandese “Greyhounds Rescue of Ireland”, sono oltre 10.000 i cani del giro delle corse di cui non si sa più nulla, ogni anno, ma il numero è stimato per difetto. In Spagna sono più di 70.000 quelli uccisi annualmente, spesso in modo barbaro, alla fine della stagione venatoria e dopo una vita di maltrattamenti. E anche qui, le stime sono per difetto. Oggi, grazie alle informazioni e alla sensibilizzazione, questa triste realtà è abbastanza risaputa, ma quando ho cominciato a fare la volontaria, quasi dieci anni fa, nessuno immaginava cosa ci fosse davvero dietro le corse cinofile e la caccia con i galgo, i levrieri spagnoli.
Io allora ero felice di poter salvare almeno alcuni fra le migliaia di loro che ogni anno venivano soppressi e brutalizzati nell’ingranaggio assurdo delle scommesse da una parte, dove gli interessi economici sono così alti che non tutti i Paesi sono stati in grado di rinunciarci, e dell’attività venatoria dall’altra.
Tuttavia, ero frustrata da diversi meccanismo: l’Irish Greyhound Board, l’ente delle corse cinofile irlandese, dava un contributo di circa 150 euro per ogni cane adottato e io trovavo assurdo ricevere soldi, anche un semplice “settore” per le spese veterinarie e per il trasporto dell’animale, proprio dall’organismo che permette le scommesse. Era come curare i tossicodipendenti con i soldi degli spacciatori. C’era bisogno di un organismo nuovo che approcciasse il problema ma con occhi nuovi.
Così nel 2012, ho fondato SOS Levrieri, la prima onlus italiana per il salvataggio di questi animali.
Da allora la mia missione è stata portare in Italia questi cani senza futuro e con un passato di sofferenze terribili. Li faccio arrivare a gruppi di 25 alla volta, strappandoli a realtà inimmaginabili, e li accaso presso famiglie adottive accuratamente selezionate, che finalmente possano dare loro l’amore che meritano. Il tutto senza alcun ritorno, se non la soddisfazione di aver salvato delle anime.
Naturalmente non si tratta di un hobby o di un’attività sporadica: il mio è un lavoro vero e proprio che coinvolge una rete di persone in Italia, in Spagna e in Irlanda, prevedendo un’organizzazione strutturata.
E pensare che tutte le razze levriere sono molto mansuete, mai aggressive, rispettose della casa e dedicate al padrone. È veramente un’ironia che questi cani vengano sfruttati così.

Ogni adozione è un miracolo, perché anche se il mondo è pieno di cani randagi bisognosi di una casa, nessuno di questi levrieri nasce per caso. Ognuno di loro è voluto, cercato, usato e sfruttato per i primi due o tre anni della sua vita e poi ucciso, sempre che non si ferisca prima in qualche incidente di gara o di caccia. In Irlanda le cucciolate sono pianificare con attenzione.
C’è una continua ricerca del campione perfetto, così sfornano cuccioli a ruota. Fra l’altro, in questo Paese i levrieri sono bestiame da reddito come le mucche o i maiali e non pet, cioè animali da affezione, quindi già da qui si capisce come vengono considerati. La metà dei cuccioli viene “scartata” alla nascita perché non idonea, e scartata è un eufemismo per non dire uccisa. Crescendo, un altro quarto viene eliminato perché non si sviluppa, per fisico o per carattere, secondo gli standard del cane corridore. I cani che invece sono ritenuti idonei alla carriera, dopo due-quattro anni non rendono comunque più come prima. Per questo vengono eliminati per eutanasia o dati alla sperimentazione nel “migliore dei casi”. L’industria delle corse tratta i levrieri come macchine. Per i pochi minuti che trascorrono su una pista durante una gara, staranno molte ore al giorno rinchiusi in un canile – un box chiuso – dove mangiano, sporcano e dormono, senza mai una coccola, senza gioco e senza socializzare con i compagni.
Iniziano a correre a 18 mesi e molti non arrivano nemmeno all’età nominale di “pensionamento” di quattro o cinque anni, perché si rovinano le zampe. E se non possono più correre, non servono più.

La vita media dei levrieri irlandesi e spagnoli, come di tutti quelli che nel mondo vengono usati per le corse, purtroppo non coincide con la durata della vita biologica, bensì con la “carriera professionale” del cane: due-cinque anni al massimo.
In Spagna, è anche peggio. I galgo sono allevati per la caccia alla lepre e per le corse clandestine, per lo più dai gitani, che li fanno figliare in tuguri e li tengono in gabbia a eccezione delle ore di lavoro. Poi, alla fine della stagione venatoria, o quando non soddisfano più nelle corse, vengono uccisi barbaramente: impiccati, annegati nei pozzi, abbandonati con la museruola. Per i gitani l’impiccagione è il modo più comune per disfarsi degli esemplari che non servono più, praticamente tutti tranne qualche femmina e un maschio per le nuove cucciolate. È una cosa che fanno da secoli, come il contadino che tira il collo alla gallina e per loro è una prassi, quasi una tradizione assurda, che chiamano “la morte del pianista”, perché mentre i galgo che sono stati bravi cacciatori vengono impiccati ai rami più alti degli alberi e muoiono subito, quelli che hanno avuto prestazioni soddisfacenti finiscono legati ai rami più bassi, dove soffocano lentamente toccando terra con le zampe posteriori che si muovono come le mani di un pianista. Secondo i gitani, questa morte orrenda è un monito per gli altri galgo dell’accampamento che restano in vita, perché imparino che se vogliono morire rapidamente, devono cacciare bene.
Conosco queste realtà in prima persona, perché i miei cinque levrieri sono stati strappati tutti proprio a una delle fini crudeli sopra descritte.
E ognuno di loro ha una storia che vale la pena di essere raccontata, a cominciare da Eleonor e Blu Velvet, una mamma e una figlia.
Eleonor, che al momento del suo ritrovamento probabilmente nemmeno aveva un nome, viveva in un accampamento di gitani nella zona di Siviglia, fra catapecchie e macerie, senza mai un gesto di amore. Ma era femmina e giovane, quindi dalle sue cucciolate ci si poteva guadagnare vendendo i piccoli ai cacciatori. Così, qualcuno l’ha fatta coprire e l’ha messa a partorire in una casa diroccata. Ed è lì che l’ha trovata mio figlio, allora volontario presso un rifugio spagnolo con cui SOS Levrieri collabora.
Era magrissima, con gli occhi liquidi di paura, rintanata in un angolo sgretolato e buio di una costruzione fatiscente dove cercava di nascondere sotto il suo corpicino scheletrico dieci cuccioli appena nati. Ogni volta che riguardo le foto di quel momento scattate da mio figlio mi si stringe il cuore. Il mio ragazzo ha cercato di convincere i gitani a consegnargli la mamma e i piccoli, ma trattare con quella gente è una causa persa, perché nessuno di loro rinuncerebbe a una fonte di reddito come una cagna femmina con i cuccioli!

Così, nottetempo mio figlio e qualche altro coraggioso collega volontario sono tornati alla casa diroccata senza farsi vedere dai gitani e hanno portato via mamma e cuccioli a braccia.
Ora questa levrieri ha un nome bellissimo, Eleonor, appunto, ed è la regina del mio divano e del mio cuore assieme a Blu Velvet, una dei suoi dieci cuccioli, che sono comunque stati felicemente adottati tutti.
E poi c’è Enya, la mia Greyhound irlandese, non abbastanza veloce per correre in un cinodromo. Proprio per questo motivo, Enya veniva picchiata e maltrattata nella speranza che, con le maniere forti, imparasse a lanciarsi a 60 km all’ora su quella dannata pista. Nemmeno l’isolamento, che avrebbe dovuto migliorare le sue capacità di concentramento è servito a nulla. Enya restava lenta, lentissima per un levriero. Forse avrebbe solo voluto correre alla sua velocità su un prato verde, magari accanto a qualcuno che la amasse che se non era una scheggia.
Il suo destino era segnato. Enya era una delle migliaia di cani destinati a essere abbattuti, sebbene sani, ancora prima di compiere l’anno di età.
Per fortuna qualcuno che prestava servizio in uno dei rifugi irlandesi con cui SOS Levrieri collabora, l’ha portata in canile nella speranza di trovarle una casa adottiva. Io l’ho vista per caso in una foto e sono rimasta molto colpita. I suoi occhi ambra mi hanno toccato qualcosa nel cuore. Dovrei essere abituata, perché vedo centinaia di foto di questi cani, ma davanti allo sguardo smarrito di Enya mi sono ritrovata a commuovermi come una bambina. Mio marito, accorgendosi di quanto fossi rimasta turbata, senza dirmi nulla, me l’ha regalata per San Valentino.
E così, ora Enya finalmente corre solo su prati verdi, accanto a qualcuno che la ama indipendentemente da quanto è veloce. La sua è una storia a lieto fine, come quella di tutti i levrieri che vengono adottati. Mi auguro solo che sempre più esemplari bisognosi trovino una famiglia pronta ad accoglierli e che con il tempo, l’industria delle corse e della caccia diventi illegale in tutti i Paesi.

pubblicato il 3 maggio sulla rivista Confidenze
Autrice Mathilde Bonetti